Intervista a Federico Traversa, l’autore di Bob Marley In This Life

In occasione della pubblicazione del libro Bob Marley: In This Life – Viaggio attraverso le parole del mito, in uscita  il 9 febbraio per Chinaski Edizioni, abbiamo intervistato l’autore Federico Traversa aka F.T.Sandman (nella foto insieme a Ky-Mani Marley). Una sorta di breve racconto personale tra musica, scrittura e la figura di Marley.

Ciao Federico e benvenuto su eventireggae.it
Ciao ragazzi, è un onore, sono un vostro fedele lettore…

Scrittore, co-fondatore della Chinaski Edizioni, amante ed esperto di musica con una smisurata passione per il reggae. Iniziamo proprio da qui: quando è avvenuto il tuo avvicinamento a questo genere?
Da piccolino, durante i viaggi in macchina con i miei genitori. Mentre mio padre ascoltava di tutto, da Celentano ai Doors, mia madre la musica sembrava odiarla e chiedeva sempre di abbassare il volume. Poi un pomeriggio risuonarono le note di One Love e per la prima volta in vita mia sentii mamma dire: “Alza, alza il volume!”. E così nacque il mio amore per Marley e il reggae. Un amore che si è poi intensificato ed allargato anche ad altri interpreti del genere verso i 20 anni e mai mi ha abbandonato.

Segui anche il reggae di oggi? Cosa ne pensi della scena attuale e, se ci sono, hai artisti che apprezzi particolarmente?
Sì certo che la seguo, magari non assiduamente come prima ma la seguo. Adoro il reggae mistico di Nasio Fontaine, il sound dubbato di Horace Andy e poi i vari Sizzla, Junior Kelly, Capleton riescono sempre ad emozionarmi. Ma credo sia la scena europea la vera sorpresa di questi anni, dal tedesco Gentleman alla francese Mo Kalamity, senza dimenticare il nostro Raphael o i Mellow Mood. C’è tanta roba anche qui da noi, insomma…

Quando e come nasce, invece, la tua passione per la scrittura?
Dal disagio e dalla voglia di sfogarmi, raccontando la realtà per esorcizzarla. Non sono un figlio di papà, e prima di affermarmi come scrittore ho fatto tutti i lavori possibili e immaginabili: commesso, lavavetri, operaio in un colorificio, barista in un night club. Ebbene in quei momenti la mia condizione diventava sopportabile e poi addirittura stimolante proprio perché potevo raccontarla e renderla speciale. Tutto può essere arte, tutto può essere poesia, di tutto si può scrivere. E nel mio piccolo l’ho fatto riuscendo a fare della scrittura un lavoro.

Il tuo prossimo libro sarà Bob Marley In This Life, in uscita il 9 febbraio. Da dove nasce la voglia di rimettere mano ad un libro che già era un pezzo importante per gli amanti italiani di Marley?
È un libro la cui prima edizione è andata esaurita nel 2009, pochi mesi dopo la sua pubblicazione, e la seconda nel 2011. E per me era finita lì, con grandissima soddisfazione tra l’altro. Negli ultimi anni però le richieste dei lettori sono aumentate e il libro è nuovamente andato esaurito. A quel punto in Chinaski Edizione abbiamo deciso di ristamparlo massicciamente. Ma non mi andava di lasciarlo così, anche perché nel frattempo erano cambiate parecchie cose e volevo parlarne.

Cosa troveremo in più rispetto alla precedente versione?
Intanto sono state aggiornate tutte le biografie e le relative carriere dei figli di Bob, che negli ultimi 5 anni hanno prodotto molto. Poi c’è una nuova sezione dove tanti amici musicisti raccontano aneddoti legati a Marley e a quanto abbia significato nella loro visione musicale. Ci sono, ad esempio, Manu Chao, Raphael, Piotta, Jaca, Michael Franti e tanti altri, anche insospettabili… e poi sono stati aggiunti due nuovi reggae poems, dedicati a Marley e alla musica in levare, che sono tratti dallo spettacolo che da anni porto avanti su Bob.

Tra i vari libri nel catalogo di Chinaski c’è anche Dear Dad, l’autobiografia di Ky-Mani Marley. Come è nata l’opportunità di portare in Italia ed in italiano questo libro?
Nadia Montanari, cara amica, scrittrice e appassionata di reggae, aveva letto il libro in inglese e me lo consigliò. Successivamente, visto che lei conosceva Ky-Mani, me lo presentò durante una data italiana. Una data tra l’altro sfortunata perché in quell’occasione lui si ruppe il ginocchio. Comunque con Ky-mani ci fu un’immediata empatia e dopo una lunga chiacchierata decidemmo di tradurre il libro in italiano, così Chinaski contattò l’editore americano, acquistò i diritti e… e il resto è storia…

Immagino che per te, amante del reggae e di Bob Marley, sia stato una soddisfazione enorme..
Sì, è stata una cosa affascinante, fatta con passione e tanto amore.

Una storia forte che ci fa immergere nelle storie assurde del ghetto, vissute da un bambino i cui fratelli, a pochi chilometri di distanza, vivevano nel lusso. Storia di vita che sono spesso raccontate da Chinaski.
Sono un po’ il nostro marchio di fabbrica, in Chinaski abbiamo sempre tifato per gli underdogs, per gli ultimi, per quelli che stanno in fondo alla fila. Il nostro motto è: un piede sul palco e l’altro in strada.

A proposito, come ti è venuta l’idea di fondare Chinaski Edizioni?
Era il 2005 e mi stavo trascinando giorno dopo giorno senza grandi obiettivi. Mi era stato pubblicato un libro che aveva fatto parlare la stampa locale ma le vendite erano state ridicole. Continuavo a fare mille altri lavori per mantenermi, perso in quella giungla di disperati dove sono cresciuto.

Per uscire da quel nulla progettai di creare una specie di laboratorio letterario per dare voce a tutti i sognatori dalla penna possente. Tra i tanti disgraziati che frequentavo allora c’era così tanto talento che se fossimo stati capaci di farlo confluire in una proposta coerente si poteva realizzare qualcosa di importante.  E così iniziò. Si lavorava e si stava insieme tutta la notte a discutere di cosa fare e di come farlo. Il nostro ufficio per le riunioni? La saletta fumatori del bar! Poco alla volta abbiamo iniziato a pubblicare i primi libri, consci di non poterci permettere errori, e che al primo sbaglio saremmo tornati alle nostre esistenze buie visto che avevamo pochissimi soldi. E proprio questa incertezza ci ha protetti e dato la forza di sopravvivere in un mondo così difficile come quello dell’editoria.

Io ti seguo da diversi anni e leggendoti, non solo nei libri ma anche nei pensieri che posti sui social, c’è un personaggio con cui sembra che tu abbia un fortissimo legame: Don Gallo. Che ricordo hai di lui e come lo hai conosciuto?
È stata una delle persone più importanti della mia vita. Abbiamo scritto tre libri insieme e viaggiato in lungo in largo per l’Italia a presentarli. Cosa posso dire su Andrea senza risultare banale? La sua ironia, la capacità di osservare, l’amore verso il prossimo e la fierezza con cui proteggeva tutti gli ultimi di ogni razza, colore, religione, sesso, provenienza… credo di aver avuto la fortuna di camminare per un po’ con un vero gigante d’umanità, un maestro d’empatia. Non lo dimenticherò mai.

Tornando per un momento al reggae: abbiamo già detto di In This Life e di Dear Dad ma hai anche partecipato al libro sugli Africa Unite. Cosa ci puoi dire a riguardo?
È stata una bella esperienza, gli Africa rappresentano un vero miracolo per la realtà italiana; se ci pensiamo un attimo quali possibilità c’erano che una reggae band di Pinerolo riuscisse ad affermarsi e avere successo per oltre trent’anni? Un vero miracolo. Mi sono divertito molto a lavorare con loro e rivedo Bunna e Mada sempre molto volentieri…

Cosa ci dobbiamo aspettare dalla tua penna in futuro? Hai già qualche progetto in cantiere… magari un altro libro sul reggae?
Dal 2 aprile partirà su Radio Popolare il programma “Rock Is Dead” che condurrò insieme all’amico scrittore Episch Porzioni (c’era anche lui in Trent’anni in Levare, il libro sugli Africa Unite). Il format racconta la vita e la strana morte di alcune delle più incredibili star della musica  ed è tratto dall’omonimo libro che ho scritto con Episch e uscirà a maggio. Proprio in questi giorni siamo in fase di revisione. La particolarità del progetto è che oltre ai soliti noti già sviscerati da altri (Lennon, Presley, Morrison, eccetera) racconteremo soprattutto artisti poco conosciuti al grande pubblico ma dalla parabola umana, o dalla dipartita, assolutamente discussa e misteriosa. Tipo il grande Victor Jara, barbaramente assassinato dalle milizie di Pinochet, oppure Dean Reed, un Elvis di fede comunista, che venne boicottato negli Stati Uniti ma si affermò nel blocco sovietico prima di venire assassinato pare dalla Cia. Ovviamente non mancheranno artisti reggae, da Peter Tosh al leggendario Lucky Dube, che venne assassinato a Johannesburg mentre all’apice del successo si stava affermando in tutto il mondo.

Concludiamo l’intervista con una tripla domanda: se dovessi consigliarci un libro, un disco e un disco reggae, quali diresti?
Uno solo? Ma siete pazzi! Vediamo, come libro sicuramente Bad Obsession di Ken Paisli, un noir ambientato nel mondo del rock di rara potenza ma sono di parte visto che è stato pubblicato da Chinaski. Quindi aggiungo anche Gansta Life di Benjamin Zephanian, grandissimo poeta reggae e autore di questo delizioso romanzo di formazione. Per quel che riguarda il disco, beh, ultimamente sto ascoltando roba vecchia, quindi ti cito due dischi, uno reggae e uno new wave, parecchio datati: Unknown Pleasures dei Joy Division e Legalize It di Peter Tosh.

Grazie del tuo tempo. Alla prossima!
Ciao ragazzi e complimenti per il prezioso lavoro che portate avanti in nome del reggae!

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