Intervista ai RootsQuake: il nostro scopo è ricreare un suono originale roots-reggae

Con un progetto alle spalle che li presenta come una delle realtà più interessanti della scena romana ed internazionale, i Leon&Rootsquake sono un collettivo italo-giamaicano che unisce Leon Samuels ai due Gabriele Nicosia e Marcello La Terra.

Li abbiamo intervistati per parlare di City, album uscito lo scorso settembre.

Ciao ragazzi e grazie per essere qui.
Ciao è un piacere fare questa chiaccherata insieme a voi

Come nasce questo progetto musicale?
Il progetto nasce dalla voglia di creare qualcosa di nuovo, ma con uno stile che richiamasse il più possibile ad una sonorità old school, vicino a quella della Giamaica più pura. Il progetto si sviluppa grazie anche alla collaborazione con altri musicisti, i quali hanno registrato con noi diversi brani. Dopo qualche anno ne abbiamo selezionati alcuni con l’apporto di Savio Cannito della Goodfellas e Oreste Zurlo della Fridge Records, che hanno curato la stampa e la distribuzione dell’album.

Quando è nata l’idea di affiancarvi ad un cantante giamaicano?
Con Leon c’è prima di tutto un’amicizia decennale e di conseguenza si è creata anche una sintonia musicale mossa dalla passione comune per il reggae. Dopo varie formazioni con diversi musicisti, per un breve periodo abbiamo portato avanti un progetto dub formato solamente da noi tre. Dopo la produzione del primo album, abbiamo deciso di riformare la band coinvolgendo Davide Di Lecce alle tastiere e Francesco Fioravanti alla chitarra.

In quali circostanze vi siete conosciuti (cioè, come vi siete incontrati con Leon e come avete deciso di formare un gruppo)?
In realtà io (Gabriele) ho conosciuto Leon tramite dei ragazzi di Roma che stavano formando una band reggae. Durante i tre anni con questa band conobbi Marcello e, dopo che questa si sciolse, lo coinvolsi nel progetto con Leon insieme ad altri musicisti.

Il vostro ultimo album è City, album di otto tracce che ha sin da subito accolto tante critiche positive. Siete rimasti soddisfatti questo vostro lavoro?
Si, è ovvio che c’è sempre qualcosa che non rispecchia esattamente le nostre idee, ma siamo abbastanza soddisfatti del sound che abbiamo creato. Naturalmente la cosa più importante è il riscontro che avrà…Poi si sa che i musicisti sono assillati dalla perfezione…

Da quanto ci stavate lavorando? Qual era lo scopo di questo progetto?
Abbiamo lavorato a questo progetto per un paio di anni, lo scopo era quello di ricreare un suono
originale roots-reggae ed estendere la nostra musica ad un pubblico più ampio

Elemento fondamentale di una canzone è il testo, ed in un genere internazionale come la musica reggae, il testo diventa quasi secondario se “il problema” diventa il canale, e cioè la lingua utilizzata. Come la vedete voi?
Il testo è fondamentale perché è lo strumento che lancia il messaggio in maniera diretta. Vero è che buona parte della gente che ascolta una canzone, e che non conosce la lingua inglese o comunque una lingua diversa dalla propria, focalizza la sua attenzione principalmente sulla musica, sulle note che, a differenza delle parole, stimolano le emozioni e non la ragione. Quindi il canale potrebbe rappresentare un “problema” se gli ascoltatori sono indifferenti al testo, dal momento che non capiscono l’idioma in cui è scritto. Ma nel caso della musica reggae, che nella maggior parte dei casi è accompagnata dall’inglese, che come il reggae è internazionale, il canale non diventa un problema, anzi permette di estendere globalmente il messaggio.

Quali sono secondo voi le motivazioni che spingono un gruppo a cantare in inglese e non, nel nostro caso, in italiano? Il testo può diventare qualcosa di secondario per far spazio solo alle vibes?
Nel caso italiano il motivo potrebbe essere legato al fattore limitante della lingua che, non essendo internazionale come l’inglese, rimane circoscritta in un’area specifica. Un’altra motivazione potrebbe essere per semplice moda. Ma nel caso italiano molte band tendono a usare il dialetto regionale e questo rappresenta uno degli aspetti più belli della musica: la contaminazione. L’altra faccia della medaglia è che li relega in un’area ancora più ristretta, ma non significa che il messaggio non possa essere compreso. Il testo diventa secondario se si dà importanza solo al sound, ma nella musica reggae, quasi sempre, le parole riescono a trasmettere un messaggio importante.

A tal proposito, cosa ne pensate della scena reggae italiana?
Non seguiamo molto la scena italiana, si percepisce poca originalità. Apprezziamo e seguiamo tantissimo la scena dub italiana dei sound system autocostruiti.

City rappresenta una miscela di reggae e dub, ma quali sono i vostri artisti/band reggae e dub da cui traete ispirazione?
Ce ne sarebbero svariati, citiamo solamente: The Revolutionaries, Burning Spear, Alton Ellis, Gregory Isaacs, Dennis Brown, King Tubby, Prince Jammie e tanti altri. Inoltre traiamo spunto anche dalla scena dub inglese: Mad Professor, Jah Shaka, Aba Shanti e molti altri. Impossibile elencarli tutti.

Ottimo, ultima domanda: quali sono i vostri progetti per il futuro? Avete in piano un tour europeo o comunque tra le città della nostra penisola?
Per adesso ci stiamo concentrando a pianificare un tour in Italia, e dopo inizieremo a farci conoscere all’estero. Inoltre abbiamo molti brani in cantiere e molte altre idee da sviluppare, quindi in futuro ci dedicheremo ad un nuovo progetto.

Un saluto da tutta la crew!
Un saluto anche da parte nostra, grazie mille per il tempo che ci avete concesso….Positive vibes…

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