La nostra recensione del documentario Reggae Ambassadors

Paesaggi naturali suggestivi, frammenti di vita a Kingston e canti tradizionali Rasta nel bel mezzo delle verdi colline della Jamaica, per poi approdare in Africa tra savane scorci di vita nelle grandi città: questi sono alcuni degli spezzoni di video che si possono vedere in Reggae Ambassadors, documentario diretto da Alexandre Grondeau ed Andrea Dautelle per la Respect Production e distribuito dalla casa editrice francese La Lune sur le Toit. Girato tra Jamaica, Francia ed Europa, il progetto raccoglie i pensieri e le parole di artisti della scena musicale in levare, abbracciando oltre mezzo secolo di storia e sviluppo di questo genere tramite le parole degli artisti, impresse in interviste e filmati che i coautori han raccolto negli anni.

Un cast di tutto rispetto, che chiama a raccolta i pionieri e fondatori del genere quali Toots Hibbert, che apre il documentario esordendo: “Sono stato il primo ad aver coniato la parola reggae”, per passare poi la parola ad altre importanti personalità della vecchia leva quali Bunny Wailer, Lee Scratch Perry, Ijahman Levy, Ken Boothe, Kiddus I, Don Carlos, Max Romeo, Big Youth e U-Roy, Pablo Moses ed i compianti Bunny Rugs, Sugar Minott e John Holt giusto per citarne alcuni.

Non mancano poi gli interventi della nuova guardia, che dagli anni ’90 ad oggi ha portato avanti e rinnovato il messaggio e lo stile musicale: vediamo e sentiamo con piacere volti e voci come Peetah e Gramps dei Morgan Heritage, Luciano, Buju Banton, Sizzla, Anthony B, Chezidek, Lutan Fyah, Jah Mason e Warrior King, le più recenti rivelazioni degli ultimi anni quali Protoje e Kabaka Pyramid, senza dimenticare il lato femminile rappresentato nel video da artiste quali Jah9, Queen Ifrica, Tanya Stephens e Sista Carol. Immancabili sono poi i Marley, in particolare il ribelle Ky-Mani, ed i più riflessivi Julian e Damian.

La musica come forma di ribellione, in cosa veramente consiste Babylon, il ritorno alle radici africane, lo stile di vita ital, la ganja e l’espressione del concetto di “One Love” attraverso la musica: questi sono le tematiche che caratterizzano la filosofia Rasta, introdotte da una voce fuori campo e successivamente espletate e discusse tramite gli interventi dei numerosi artisti coinvolti. In particolare interventi come quello di Tarrus Riley che, riferendosi all’oppressione di Babylon, sostiene: ”È semplicemente una parabola che utilizziamo per identificare l’oppressore […], per cui l’oppressore diventa Babylon”, oppure la jam session di Sizzla seguita da un monologo sull’importanza dell’istruzione e di un ritorno all’agricoltura ed all’auto-sostentamento, sono un buon punto di partenza per riflessioni su temi semplici ma caratterizzati da una certa profondità. Altri video ancora hanno un che di poetico, come ad esempio gli interventi in musica di Sugar Minott ed un frammento acustico di “Throne of Gold” cantato da David Hinds, oppure sono interessanti aneddoti riguardo a canzoni celebri ma controverse come “Police in Helicopter”, il cui testo ha preso forma in appena un quarto d’ora. Sono poi interessanti le storie di artisti come il veterano Max Romeo o Queen Ifrica abbiano deciso di seguire lo stile di vita Rasta e quali sono state le persone che li hanno influenzati a intraprendere questo percorso.

Prima che partano i titoli di coda, un Alborosie armato di chitarra e con alcune voci a fare da coro, intona “Rock the Dancehall”, a chiusura di quello che si è rivelato essere un documentario che tratta, a 360 gradi, tutti gli aspetti di quella che è una musica ribelle, spirituale ed universale che è riuscita a raggiungere ogni angolo del mondo.

Il progetto è composto da un libro ordinabile dal sito della casa editrice francese che raccoglie i pensieri dei vari artisti coinvolti, e da una copia multimediale del documentario. Qui di seguito una gallery estratta direttamente da Reggae Ambassadors.

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