Intervista a Raphael: il mio è un reggae di sopravvivenza

Con un disco appena uscito ed un tour appena iniziato, Raphael è sicuramente uno degli artisti del momento. Reggae Survival, di cui potete leggere la recensione, è un disco di grande spessore che vede un intreccio tra Italia, Giamaica e Stati Uniti. Il cantante ligure ci ha ospitato nei suoi studi di Genova per un’intervista tutta da ascoltare e leggere.

Qui di seguito la video intervista, a cui segue la trascrizione, a cura di Francesco Palazzi. Riprese di Valeria Fattori.

Francesco: Avrei da chiederti per questo tuo nuovo album, “Reggae Survival”: è stato il primo pubblicato per la casa discografica californiana Sugar Cane Records, gestita da Jah Sun e Don Sugar: com’è avvenuto l’approdo in America e cosa è cambiato rispetto a Mind -vs- Heart?
Raphael: Allora, l’approdo in America si deve grazie al mio manager, che è anche il manager di Lion D, Leo di Bizzarri, non è un mistero che abbiamo fatto squadra negli ultimi anni fino a questa mossa, ovvero, Jah Sun, che ha collaborato con Bizzarri e Lion D negli ultimi anni, ha fondato questa etichetta in California con Don Sugar e appunto Don Sugar diceva “ci servirebbero un po’ di artisti giovani e promettenti per questo nuovo progetto. E quindi Jah Sun ha chiamato Leo che ci ha portato dentro Sugar Cane. Come dicevi il mio è appunto il primo album che esce, la prima release è stata “Heartical Don” di Lion D che è uscita anche in 45”.. insomma è molto eccitante perché è una nuova avventura che ci porterà in tour negli Stati Uniti a fine luglio.
Di diverso a “Mind -vs- Heart” c’è sicuramente un team di lavoro più ampio, più organico, perché abbiamo messo insieme e italiani con il team manageriale di Leo Bizzarri piuttosto che il booking di Fulvio Impellizzeri come BPM che proprio fa un overlook al booking europeo-mondiale, piuttosto che i francesi IrieItes, che curano un sacco la promo francese ed europea nonché la distribuzione dei 45” e anche del fisico (…), piuttosto che appunto Sugar Cane con la nuova squadra americana. Se aggiungiamo che ormai in Jamaica sono andato sette volte negli ultimi nove anni ed ho un piccolo team di lavoro anche lì si può dire che ci sia questo triangolo Caraibi-Stat Uniti-Europa, ed è la cosa che mi piace molto di questo lavoro, lo vedo molto globale.

F: Per la produzione di questo disco tra i vari altri posti c’era, come dicevi, la Jamaica, come anche già era avvenuto col primo disco degli Eazy Skankers “To the Foundation”. Quali sono le sensazioni quando si atterra sull’isola? Quali sono le differenze tra il modo di produrre musica in Jamaica rispetto al resto del mondo?
R: Beh sicuramente, facendo musica reggae, la vibe che c’è nell’isola dove tutto ebbe inizio è ineguagliabile. Se in più aggiungi che sia in occasione di “To the Foundation” che nell’occasione delle sessioni di registrazioni per “Reggae Survival”, che sono state praticamente tutte fatte nello studio di Triston Palma, la cosa è che poi sei a contatto con gli addetti ai lavori e gli artisti lì, che sono poi anche i nomi top nella scena mondiale. Per dire, nel caso di “Reggae Survival” sia Triston Palma che Dean Fraser so che non mettono il loro nome in qualcosa o per qualcosa in cui non credono, quindi già quello ti fa onore. E poi comunque a me piace sinceramente la sfida: ogni volta che vado lì imparo qualcosa. Anche soltanto guardando Dean Fraser come registra, o Triston il modo in cui canta. Mi ha fatto proprio quasi anche da vocal coaching nel senso che c’è sempre da imparare. Loro sono quelli che lo fanno da quarant’anni.
E a differenza di “To the Foundation” forse adesso.. “To the Foundation” avevo vent’anni, cos’era, 2008? Quindi sì, avevo ventuno, ventidue anni quasi, ero molto più inesperto dal punto di vista musicale ma anche proprio dal punto di vista umano, ero molto più giovane diciamo. Quindi magari adesso, all’alba dei trenta, quest’ultima tappa e esperienza in studio è stata più matura e me la sono anche goduta di più sicuramente; ero anche più sicuro dei miei mezzi. Sì, questa volta me la sono goduta un po’ di più.. anche se in “To the Foundation” c’era anche la bellezza dell’ingenuità, l’entusiasmo della gioventù.

F: Proprio parlando di Triston Palma, “Joka Soundbwoy” è una rivisitazione della sua hit degli anni ’80 “Joker Smoker”. E ha partecipato a questo remake lo stesso Triston, anche andando oltre, con la produzione di alcuni brani de l disco. Com’è nata l’idea? Poi le tematiche del testo sembra riprendano un po’ quanto avevi già detto in “Soundblaster”…
R: Sì, intanto l’incontro con Triston è avvenuto in Belgio lo scorso anno; abbiam fatto un festival ad Anversa,si chiamava Smile Festival, e sia io che Triston abbiamo la Asham Band come backing band per l’area del Benelux. Quindi ci siamo conosciuti lì, abbiamo chiacchierato una serata, insomma, scambiato opinioni musicali e non, poi giorni dopo mi ha contattato che era ancora in Belgio a casa del suo manager: “guarda che c’è il manager che viene qua ad ottobre, vieni anche te una settimana, voglio farti sentire dei riddim, ti voglio parlare comunque, mi piaci, m’ha fatto sentire altra roba tua, …”. Insomma, era sei anni che non andavo giù in Jamaica e ho detto “perché no?”. Venivo dal Mind .vs- Heart tour, che è stato fortunatamente molto serrato, son stati due anni di live intensivi.. e quindi ho detto “ma sì dai, andiamo”. E giù abbiamo, ad ottobre, posto le basi per le prime tre tracce dell’album, e l’idea di riprendere “Joker Smoker” invece è venuta a gennaio.
Quindi prima sono partite le tracce prodotte da lui, poi dopo è arrivato il featuring, ed è nato anche da un’idea che lì in studio avevamo. Si parlava appunto di Facebook, dei dj di oggi, di qua e di là, del vinile, no? E un po’ mi sono collegato al “Soundblaster”, come avevi detto tu, quindi ho buttato lì l’idea, è piaciuta, e allora abbiamo detto “dai, proviamoci!”

F: Ed hai anche qualche aneddoto o una storia che ti è rimasta più impressa di questo viaggio in Jamaica o di quando sei stato negli States?
R: Negli States devo ancora andarci, per adesso io ho curato le sessioni in Jamaica e in Italia, Leo di Bizzarri è andato in America e ha fatto un po’ di lavoro di mix con gli ingegneri di lì mentre io ero in Jamaica, quindi è stato tutto un multitasking. In America andrò per la prima volta la prossima estate.
Aneddoti ce n’è tanti, sicuramente immaginati che girare due videoclip in Jamaica è sempre divertente. Forse un aneddoto sul video che deve ancora uscire, il video di “Dread Inna Babylon”, girato al mercato, ed io ho voluto un po’ coinvolgere gli artisti lì, c’era lo studiolo locale, quindi c’erano tutti gli artisti locali che erano entusiasti di fare questa cosa qua, ed uno dei baristi lì attorno si era lamentato, perché comunque noi eravamo gli stranieri con le telecamere, “devono consumare, devono consumare!” (ride), e quindi c’è stata un po’ la rivolta degli artisti che “oh, è il nostro momento, lasciali in pace!”, addirittura uno di loro ha tirato fuori un coltello poi a un certo punto, è stato proprio buffo, perché poi è tanta teatralità è basta..

F: .. proprio rude bwoy to the bone.
R: Esatto. Poi ma ragazzi, siamo qui a parlare di peace and love.. “no scusa, hai ragione!”, tutto a posto. Però lì per lì il momento tensione c’è stato. E questo però ti fa anche riflettere quanto purtroppo spesso e volentieri il sistema ti tiene con quel tanto che ti basta.. nessuno ha niente, e invece di gioire della fortuna del tuo collega, “il mio amico artista ha avuto il momento”.. “eh però devono consumare”. Quindi, quello purtroppo è.. è stata una cosa buffa che però fa anche pensare.

F: Parlando invece del titolo del disco, in un’altra recente intervista avevi detto che il motivo dietro alla scelta del titolo dell’album è quasi come una risposta alla corrente “reggae revival” di Protoje e altri cantanti
R: Sì sì si, diciamo che più che una risposta a loro è una risposta in generale ai media che danno questo nome, non credo che gli artisti si siano dati questo nome, gli artisti fanno la musica e basta. Sì, scherzosamente secondo me non puoi revivalizzare qualcosa che non è mai morto, e siamo tutti d’accordo che il reggae è un genere che comunque resiste e perdura nelle decadi, che si rinnova ma ha sempre comunque una corrente costante. Quindi secondo me appunto più che di revival del reggae si deve parlare di survival, il reggae è sopravvissuto. Allo stesso tempo principalmente il titolo è perché la mia sopravvivenza personale è legata al reggae, non solo perché la musica è il mio lavoro ed occupazione, ma proprio a livello chiamiamolo spirituale ho bisogno di questo basso, di questa vibrazione per un mio benessere insomma. Quindi posso dire che personalmente io sopravvivo grazie al reggae, che la mia è una sopravvivenza reggae, e che è meglio parlare di survival che di revival.

F: Chiaramente. E in questo disco, diversamente dal precedente, abbiamo degli inserti tra un brano e l’altro con frammenti audio di personaggi come il re dell’afrobeat Fela Kuti o il presidente dell’Uruguay, Mujica.. come mai la scelta soprattutto di questi due personaggi?
R: Beh allora, intanto nel caso di Fela Kuti cito una sua frase nel testo di “Rebel” e quindi ho pensato “perché no?” Visto che la frase così citata non tutti la possono cogliere o ricondurre a lui ho detto mettiamo un estratto dell’intervista in cui la tiro fuori questa “democracy is hypocrisy”. Nel caso di Mujica invece Pepe Mujica è un personaggio che mi ha colpito estremamente negli ultimi anni, il suo coraggio, la sua coerenza, e quindi ho voluto un po’ fare un buon uso dei media, no? Quando c’è un buon articolo di giornale, un buon post, un buon disco tu lo mandi a un tuo amico perché vuoi condividerlo con lui. Era un personaggio positivo che volevo infilare e condividere con gli altri. E penso proprio che “Another Peace Song”, che poi è la canzone dell’universal love, era perfetta per questo skit.

F: Tra i brani invece c’era in particolare “Who Dem A Pree” che mi ha colpito. Tra i vari temi che si possono trattare come denuncia sociale perché proprio la privacy?
R: Beh sicuramente è un tema attualissimo, e il reggae è anche sempre stato attualità. Addirittura un volta si diceva proprio che il reggae fosse il giornale di chi non sapeva leggere. Quindi in questo brano qua abbiamo deciso di affrontare appunto una tematica attuale chiedendoci “quanto è giusto?”, no? Perché è giustissimo rinunciare a una fettina di libertà nel nome della sicurezza, del bene comune, ma quando vedi che sulla bilancia l’invadenza della privacy supera la sicurezza che poi oggettivamente sono in grado di darci allora ci vien da chiedere “è veramente per tenerci al sicuro tutto questo grande fratello che abbiamo attorno?”. Quindi è una domanda, “who dem a pree?”, cioè “chi o cosa stanno guardando?” veramente, insomma.
È anche un pezzo che mi ha ispirato un mio ex compagno delle superiori che è finito a studiare antropologia in Messico nello Yucatan, ci siamo beccati quando anni fa sono andato in Messico in tour, la mia domanda è stata “come stai qui?” e mi disse “aaah, mi sento fuori dall’impero, ti si stappano le orecchie, e ogni volta che torno in Europa sento questa, questa oppressione dell’impero”, lui l’ha definita così. E in effetti da lì m’ha fatto un po’ riflettere che forse più che lavorare su telecamere eccetera bisognerebbe lavorare sulla moralità e sull’etica delle persone a partire dalle famiglie, dalle scuole.

F: Invece in “A Place for Me” alla fine del brano si sente un frammento audio della voce di Marley in sottofondo, c’è un motivo particolare che ha portato all’inserimento di questo audio in questo particolare brano? Magari è collegato a un senso di ricerca dell’identità o di un luogo, che comunque ha contraddistinto anche la vita di Marley?
R: Allora, ho scelto appunto quell’estrattino di Marley alla fine di “A Place for Me” perché.. perché “A Place for Me” è molto personale, la seconda strofa ad esempio si apre con “Mumma is white, pupa is black, problem”, quindi ho detto mettiamo anche lì le parole del mulatto per eccellenza nel reggae (ride) diciamo.. e lì appunto parla di tecnologia e dice “non è il progresso, la tecnologia non è il problema in sé, più che altro è l’uso che se ne fa”, e da lì mi ricollego appunto al mio chiedermi se c’è un posto per me, a livello magari anche non fisico, ma
creare questo posto trovando persone magari che la vedono come me, perché spesso e volentieri si parla “ah Babylon, la tecnologia è sbagliata”.. no, non è tanto la tecnologia, è l’uso che se ne fa, è la priorità che tu le dai, ed è diverso. La medicina, il progresso, quando salva delle persone non può essere sbagliato, ma è chiaro che se tu la usi per controllare le persone per dirigere il mercato è un altro paio di maniche, eccetera eccetera eccetera. Così come il progresso, internet, il computer, tutto.. quindi sì, diciamo che questo place for me è un po’ una ricerca ideale, mi chiedo anche se sono i nostri tempi il problema o siamo noi, che alla fine per ogni tempo c’era qualcuno che si lamentava, per ogni epoca c’era qualcuno che diceva “ah, non è più come prima”, quini forse non è quello il problema. So che forse è un po’ un viaggio così, però la cosa che mi piaceva della frase di Marley era appunto questo “non è il problema il progresso, è la carne e le ossa di quelli che ne fanno uso”.

F: Una domanda che a questo punto è spontanea è “Dov’è che tu ti senti a casa?”
R: Dovunque vi sia appunto empatia, dovunque vi sia sorriso, dovunque vi sia gioia di vivere, dovunque ci sia meno odio possibile. Sai, mi è capitato di sentirmi a casa dal Messico all’Albania, quindi appunto, casa in questo momento più che un luogo fisico penso che sia raggiungibile in un luogo spirituale. Quando vado in giro a suonare, a portare in giro la mia musica, e quando c’è una situazione dove la senti che la vibrazione è positiva e la gente ti fa sentire a casa non puoi che non sentirti a casa.

F: Quando c’è empatia, un po’ come hai detto in “Another Peace Song”
R: Esatto.

F: Volevo poi chiederti, qualche mese fa è morto Jimmy Riley.. ha avuto qualche influenza sulla tua musica?
R: Sicuramente influenzando il reggae ha sempre fatto parte dei miei ascolti. Ti dico, non ho tutti i 45” di Jimmy Riley, quello no. Sicuramente mi ha influenzato di più Tarrus, quindi indirettamente.. Tarrus è più dei miei tempi, quindi sicuramente le hit le ho ascoltate, ma se parliamo di influenza forse più Tarrus.

F: Hai avuto la possibilità di incontrare qualcuno dei due quando eri in Jamaica?
R: No, in Jamaica no, ho incontrato Tarrus in tour, quando è venuto qua a Genova tra l’altro, al Binelli. Grande talento.

F: Tale padre tale figlio.
R: Assolutamente.

F: Quest’anno inoltre hanno confermato la tua presenza al Rototom Sunsplash, questa volta con un posto d’onore sul main stage. Come ti senti?
R: Ah soddisfatto assolutamente, molto felice, onorato, non vedo l’ora. Sarà elettrizzante, capita proprio nell’anno dove presento il disco nuovo, quindi è proprio perfetto, a pennello.. son contento, non vedo l’ora!

F: Inoltre, il 25 aprile a Modena si è svolta la prima tappa del Rototom & Friends, che continuerà con concerti in Italia e in Europa nelle varie nazioni a far conoscere questo festival..
R: …che non ha bisogno di presentazioni (ride), per celebrarlo.

F: Esatto. E com’è andata questa prima data?
R: Alla grande, è stato bello perché coincidendo poi col 25 aprile era anche giorno di merendino diciamo, di pic-nic, quindi l’evento è iniziato alle 16 nel prato fuori dal Vibra Club, quindi tanta gente magari era già lì col birrozzo e lo stuoino, c’era Pier Tosi e altri sound che rallegravano l’ambiente, quindi c’era proprio un po’ di spirito Rototom, un po’ di spirito festival c’era. La sera è stato bello, è stato strapieno, poi appunto c’è stata in questo caso un’offerta musicale molto variegata: avevi i Wailing Souls che sono la old school del rocksteady, poi c’era Daniel Bambaata Marley che, a dispetto del cognome Marley, fa tutto un suo percorso musicale che è molto interessante extra-reggae, poi c’ero io e Junior Kelly.. insomma, era anche una bella offerta, la gene era presa bene. Adesso riprenderemo, li ritroverò, perché io faccio soltanto le tre tappe italiane, a Maglie in provincia di Lecce il 30 e il 1° maggio a Catania.. e sarà bello, insomma.. il Rototom, il nome del Rototom accostato insieme ai locali è sempre bello, ricorda sempre belle esperienze.

F: Momenti nostalgici.
R: Momenti nostalgici sì.

F: Un’ultima domanda: da questo tour americano, diversamente magari dagli altri concerti che hai fatto in Messico, cosa ti aspetti o cosa speri di raggiungere in questo “sogno americano” direi quasi?
R: Beh, sicuramente solo il fatto che la mia musica mi abbia portato e mi porterà lì è una piccola tacca in più, quindi è sempre bello mettere i piedi in un posto nuovo. Sicuramente confrontarmi e partire subito da realtà come Reggae on the River Festival in California e comunque andare in tour con Lion D, Jah Sun e la Dubtonic Kru, questo sarà diciamo il pacchetto Sugar Cane che porteremo in giro.. insomma è estremamente eccitante, mi auguro di.. semplicemente sai.. ogni volta che tu hai la possibilità di salire su un palco è già una grande promozione. Se raggiungi dieci, venti, trenta, mille orecchie quello è un altro discorso, ma intanto già comunicare con persone nuove, magari va a casa e fa sentire la tua musica all’amico, insomma portare in giro quello che tu hai da dire è comunque sempre uno scambio. Ecco, la cosa che mi aspetto di più e che spero, mi auspico, è imparare le più cose possibili, conoscere nuovi musicisti, nuove realtà, vedere comunque come gira dall’altra parte del mondo. Più che musicalmente cerco esperienze a livello umano; poi vabbè, essendo la musica la nostra vita si fonde continuamente la cosa.

F: Grazie per il tuo tempo.
R: Grazie a te Fra, e un saluto a EventiReggae. Ciao!

 

Commenta

commenti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi