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Inchiesta sulla morte di Smiley Culture: agente accusato di negligenza

“Lei era talmente assorto nella redazione del verbale che non l’ha visto prendere il coltello in mano, e quando l’uomo si è pugnalato si è fatto prendere dal panico perché sapeva che non aveva svolto correttamente il suo lavoro“. Sono queste le accuse che l’avvocato Leslie Thomas, rappresentate della figlia di Smiley Culture, ha rivolto all’agente di polizia che quel 15 marzo del 2011 si trovava nella cucina del cantante con lui.
Sono gli ultimi risvolti di una vicenda intricata, con zone d’ombra che lasciano perplessi tutti coloro che conoscevano l’artista britannico e sulla quale è stata aperta un’inchiesta, che eventireggae.it sta seguendo fin dall’inizio (1 , 2).

Nella sede degli uffici civici del Woking Borough Council, l’avvocato Thomas ha continuato a rivolgersi al poliziotto: “Il signor Emmanuel era una celebrità, una pop star degli anni ’80, e quel poco che le era stato stato raccontato del suo passato le ha trasmesso un erroneo senso di sicurezza”, concludendo che “data la gravità delle accuse che stavate accertando, il suo atteggiamento è stato eccessivamente permissivo. Lei ha fallito nel suo compito“.

Sotto accusa, quindi, l’atteggiamento dell’agente, ritenuto troppo sicuro di se stesso e della situazione, essendosi trovato davanti un uomo mite e ospitale. L’umore si Smiley Culture, secondo i poliziotti che quel giorno si trovavano nella sua abitazione per una perquisizione, sarebbe cambiando repentinamente.
Davanti a queste accuse, l’agente si è difeso sostenendo che erano stati perquisiti sia gli ambienti che l’ex cantante, e che “al signor Emmanuel era stato concesso di alzarsi dal tavolo della cucina due volte, perché voleva preparare del tè, e i suoi movimenti sono stati controllati per tutto il tempo”.
“Non c’era alcun motivo per temere del signor Emmanuel”, ha ammesso l’agente che ha aggiunto di essersi addirittura “tolto il giubbino protettivo” sentendosi “completamente rilassato”.

L’inchiesta continua.

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